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da iWeb,
RAI International, gennaio
2007

D. Alcune
tue opere hanno anticipato l'attuale diffusione della software art. Le tue
prime macchine programmate per produrre immagini casuali e poi lasciate
funzionare all'infinito (IMachines) risalgono agli anni '80. Parlaci
della tua idea di estetica della programmazione. Che differenza c'é tra i
tuoi lavori e le altre manifestazioni riconducibili alla
software art e all'arte generativa?
Maurizio Bolognini. Si potrebbe dire che, rispetto alla
software art, tutto quello che appare su un monitor a me interessa meno. In
generale mi interessa poco produrre ed esporre immagini. Ma bisognerebbe fare un
passo indietro e partire da una premessa. Di solito nell'arte, a ogni fase di
innovazione (in cui si elaborano nuovi strumenti e significati) segue una fase
di diffusione, in cui l'attenzione critica sulla natura e sulle possibilità
di quegli strumenti viene messa in secondo piano. Anche nel caso delle arti
tecnologiche c'é stata una prima fase, durata oltre vent'anni, molto
innovativa e caratterizzata da un uso auto-referenziale delle tecnologie
digitali. A questa fase sta seguendo da alcuni anni, anche grazie alla riduzione
dei costi delle apparecchiature, un fase di diffusione, di cui anche molta
software art fa parte.
Rispetto a quest'ultima la diversità più evidente del mio
lavoro sta nel fatto che le mie immagini, di solito grovigli di linee e traiettorie
infinite, sono in fondo solo delle possibilità di immagini; mi interessa più
il processo del risultato. Per rispondere alla domanda, dal mio punto di
vista l'estetica della programmazione é l'estetica del tuo gesto
amplificato all'infinito, attraverso la macchina, e allo stesso tempo é
l'estetica della delega alla macchina e della rinuncia al controllo. Anche
nella software art questi aspetti sono presenti ma restano in secondo piano,
perchè c'é una ricerca sulle immagini, che naturalmente in alcuni casi può essere di grande
interesse. Poi le mie installazioni sono spesso costituite da dispositivi che vanno
oltre la macchina e comprendono il pubblico, il quale può interferire con il
funzionamento della macchina, come nelle CIMs (Collective Intelligence
Machines),
installazioni interattive in cui alcune delle mie macchine programmate sono
collegate alla rete telefonica cellulare, consentendo a chiunque di intervenire
dal proprio telefono.
D. In questo
senso sottolinei che il tuo é un approccio quantitativo anzichè qualitativo?
M.B. E' quantitativo nel senso che nelle mie installazioni la programmazione
viene usata per generare delle infinità fuori controllo. Possono essere
immagini, testi, voci o altro. Si tratta in ogni caso di un lavoro che,
rispetto alla software art, vuole
essere vuoto, assoluto, distante dalla sfera pratica, forse più legato alla
ricerca concettuale. In quelli che ho definito approcci qualitativi, come gran
parte della software art, al contrario, viene meno la distanza dalla sfera
pratica e ci si avvicina a seconda dei casi al design (il design generativo é
una cosa interessantissima) o alla ricerca scientifica.
D. Una delle
caratteristiche comuni alle tue produzioni é la rinuncia al controllo. In che
modo viene messa in atto? E con quale risultato?
M.B. In tutti i modi possibili: attraverso algoritmi o prendendo dati da fonti
esterne o coinvolgendo il pubblico stesso. Il risultato é evidente. I lavori a cui ti
riferisci sono fatti di delega al dispositivo (e questo può estendersi fino a
comprendere qualsiasi cosa, il pubblico in primo luogo), di rinuncia al
controllo, di caos, di sproporzione tra l'artista e il suo lavoro, che tende a
oltrepassarlo. Ma anche di contemplazione del caos e della sproporzione, che per
la prima volta, grazie alla tecnologie digitali, possono diventare oggetto di
sperimentazione.
D. In che termini si può
parlare d'infoinstallazioni per riferirsi ai tuoi dispositivi?
M.B. Ho
usato questa definizione qualche anno fa (riprendendola più tardi come titolo
di due mostre, al Museo Laboratorio dell'Università di Roma e al WHACenter di
New York), per dire che con la definizione di media art si
tende a mettere insieme cose molto diverse e non equivalenti. In particolare
volevo sottolineare la differenza rispetto alle videoinstallazioni, che sono
legate alla rappresentazione, mentre le infoinstallazioni, basate sull'uso di
computer e reti, possono andare oltre: sono generative. Le infoinstallazioni
sono l'arte resa possibile dalla seconda fase dell'elettricità, che é
digitale.
D. E di
queste fanno parte per esempio le tue IMachines, i Computer
sigillati, le Collective Intelligence Machines, Atlas 2, Aims…
Puoi descrivere alcuni di questi lavori?
M.B. Le IMachines e i Computer sigillati
sono macchine programmate (alcune da oltre 15 anni, e sono ormai centinaia) per
produrre flussi di immagini casuali, o altri tipi di elaborazione, e poi
lasciate funzionare indefinitamente; nel secondo caso senza monitor. In questa
serie la delega alla macchina avviene attraverso algoritmi che utilizzando la
possibilità dei computer di generare numeri pseudocasuali, impiegandoli poi per
provocare eventi casuali di diverso tipo.
Atlas 2 é una serie più recente, realizzata distribuendo a
decine di programmatori non artisti un software usato nei Computer sigillati,
in modo che passasse di mano e fosse modificato senza vincoli, se non quello di
mantenere il flusso all'infinito.
Diverse sono le CIMs. In questo caso si tratta di lavori
interattivi in cui viene coinvolto il pubblico e ciascuno può modificare
(inviando SMS dal proprio telefono) alcuni parametri da cui dipendono
altrettante caratteristiche del flusso di immagini, che sono proiettate a
grandissima dimensione e reagiscono alle continue sollecitazioni. I telefoni
cellulari stanno diventando terminali
intelligenti e questo ci libera dalle postazioni fisse e dallo schermo,
spostando l'azione ovunque. In queste installazioni
la rete telefonica é usata anche per coordinare postazioni diverse, che possono
trovarsi anche all'esterno e in molti luoghi, senza limiti geografici.
D. Da cosa é nato il tuo interesse artistico per
le tecnologie? Come hai cominciato?
M.B. Ho sempre seguito le vicende dell'arte, ma ho voluto fare
l'artista solo dopo essermi appassionato anche ai calcolatori.
D. E questo come é avvenuto?
M.B. Prima nel laboratorio di calcolo dell'Università di
Birmingham, dove studiavo, e poi nei primi anni '80, quando facevo ricerche
socio-economiche e avevo spesso bisogno di produrre cartografia tematica. Allora
non c'erano programmi in grado di farlo, così mi sono chiuso in studio per
qualche settimana, o forse qualche mese, e mi sono fatto dei programmi che
elaboravano i dati, classificavano le aree in tutti i modi possibili e
disegnavano carte di ogni tipo. Da lì é nato insieme l'interesse per
l'arte e per i computer. All'inizio cercavo di produrre immagini che
simulassero la presenza di un artista, che dessero l'illusione di uno stile,
poi quasi subito il lavoro ha preso la direzione “quantitativa” che ha
ancora oggi, e ho cominciato a usare queste macchine per coprire spazi infiniti.
La serie delle IMachines é di quegli anni.
Più tardi,
con Internet, si sono aperte naturalmente molte altre possibilità. In quel
periodo ho lavorato a serie come Ascii code, Altavista, Antipodi,
lavori di net art presentati in diverse edizioni di Artmedia, all'Università
di Salerno, che ha avuto un ruolo di straordinario catalizzatore non solo per
gli artisti italiani. Erano gli anni delle scatenamento della tecnica,
in cui le reti informatiche acceleravano tutti i processi di globalizzazione,
economica e culturale. In quegli anni si facevano anche i primi esperimenti
significativi di democrazia elettronica. Si faceva strada l'idea che le nuove
tecnologie avrebbero consentito una ridefinizione delle tecniche di gestione
della società e dei saperi, consentendo forme di organizzazione più leggere e
attente ai bisogni individuali. E un numero crescente di artisti
iniziava a dedicarsi all'arte telematica.
D. Sono aspetti che hai
studiato in un libro sulla “Democrazia elettronica” (Carocci, Roma 2001),
pur non essendoti mai occupato direttamente di arte telematica.
M.B. Mi sono occupato per molto tempo di tecniche di
comunicazione di gruppo, off-line e poi on-line, e questo mi consentiva di
capire che non c'era nessun realismo nel pretendere di realizzare processi di
cooperazione e decisione on-line con le elementari tecniche disponibili. Quindi
mi sono concentrato sulle tecniche. Più che l'arte telematica mi interessava
il policy-making interattivo, più prosaico ma efficace. Pensavo allora
quello che penso oggi: chi ne ha voglia deve poter partecipare ai processi
decisionali pubblici senza che questo significhi uno svantaggio per chi non ne
ha la possibilità o non ne ha voglia. Anche posta così semplicemente, la
questione non é affatto banale. Ho continuato a lavorare a tecniche di
comunicazione e decisione on-line che potessero servire a questo e i risultati
sono nel libro che hai ricordato.
D. Come vedi il futuro delle
arti tecnologiche?
M.B. Penso che la ricerca artistica che utilizza le tecnologie digitali in
modo auto-referenziale proseguirà in forme sempre più
dedicate all'ibridazione di tecnologie diverse, in particolare di
programmazione e di comunicazione. Accanto a questo mi sembra ci siano almeno
due diversi sviluppi: uno sul confine con la ricerca scientifica e industriale
(realtà virtuale, animazione 3D, software art ecc.); e un altro, più
spontaneo, portato avanti da DJs, VJs, Net artists dell'ultima generazione, in
cui l'interesse per le tecnologie digitali si identifica in alcuni casi con un
attivismo che ricicla le rivendicazioni libertarie di chi si occupava di
software e di reti diversi anni fa.
D. A che
punto della tua ricerca pensi di essere arrivato e verso cosa sei più orientato
oggi? Quali sono le cose che sei interessato a fare adesso?
M.B. Continua a interessarmi l'idea di lavorare con le mie
macchine a queste immagini sconfinate e in continua espansione. Mi piace che
queste macchine possano essere installate in luoghi diversi. Ce ne sono ormai
molte sia in Europa che negli Stati Uniti, e ogni tanto, non solo in occasione
di mostre, possono essere accese e funzionare anche senza la mia presenza. Mi
piace connettere queste macchine alla rete telefonica, fare in modo che il
pubblico possa interagire: chiunque, dal proprio telefono, può modificare
continuamente le caratteristiche delle immagini prodotte, in alcuni casi proiettate a
grandissima dimensione su qualche edificio.
Queste
sono cose che continuo a fare. Poi sto lavorando sull'immagine tecnologica,
sto raccogliendo per una prossima mostra tutti i miei lavori in cui c'é una
produzione di immagini di natura diversa, dalla fotografia analogica a quella
digitale, dalle immagini in codice Ascii alle webcam, fino a quelle prodotte da
processi generativi, evidenziando una tendenza alla progressiva autonomizzazione
dell'immagine: ci saranno vecchi lavori con le Interferenze televisive,
lavori di net art (Altavista, Antipodi), esempi di autore
distribuito usando il codice Ascii, fino naturalmente alle immagini generate
dalle mie macchine. Altri progetti riguardano la possibilità di lavorare
sull'idea di infinito anche senza tecnologie, alcune nuove installazioni come
PLATforms (forme programmate, luminose, asincrone, telefoniche... proiettate
da piattaforme aeree). E
poi il rapporto tra arte e democrazia, che é sempre stato al centro del mio
interesse.
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