| maurizio
bolognini |
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Maurizio Bolognini si dedica alla sperimentazione delle tecnologie digitali dagli anni '80, indagando dimensioni diverse: la delega alla macchina di alcune funzioni creative, la generazione di infinità fuori controllo (immagini sconfinate, voci inesauribili), l'introduzione di forme avanzate di interazione del pubblico, il networking e l'e-democracy, i flussi spazio-temporali della comunicazione tecnologica e le interferenze tra spazio geografico e spazio elettronico... Nel 1988 inizia a usare computer per produrre flussi di immagini inesauribili. Negli anni '90 programma centinaia di macchine che generano immagini in continua espansione, lasciandole funzionare all’infinito e senza monitor (un lavoro esposto in numerose occasioni, in Europa e negli Stati Uniti). Dal 2000 il suo lavoro si concentra sulla possibilità di un'arte generativa, interattiva e pubblica, con installazioni che collegano alcune delle sue Macchine programmate alla rete telefonica mobile, consentendo a chiunque di modificare, dal proprio telefono cellulare, il processo di generazione delle immagini. |
Maurizio Bolognini has been experimenting with digital technologies since the 1980s and during that time has investigated various dimensions of the phenomenon: delegating to machines certain creative functions; generating out-of-control infinities (endless images, inexhaustible voices); the introduction of advanced forms of public interaction, networking and e-democracy; the space-time flows of technological communication, and the interplay of geographical and electronic space. In 1988, he began to use computers to produce endless streams of images. In the 1990s, he programmed hundreds of machines to generate continuously expanding images and then let them run indefinitely and without monitors (this work has been exhibited widely in Europe and the U.S.). Since 2000 his work has focused on the possibilities of generative, interactive and public art, in the form of installations which connect some of his Programmed Machines to the mobile phone network, allowing anyone to modify the process of image generation from their own cell phone. |
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| Il lavoro di Maurizio Bolognini si situa su quella sottilissima zona-limite che separa l'accettazione e la resa del soggetto alla preponderanza della tecnica, dalla volontà residua, quella cioè che resta dopo aver deposto ogni giubilatoria autoillusione umanocentrica, di misurarsi ancora con essa […].
Egli è in perfetta sintonia con tutto il nostro lavoro sull’estetica della comunicazione e sul
sublime
tecnologico. E' difficile oggi trovare un ricercatore che tenti di rispondere con un rigore maggiore del suo a quelle che ci sembrano essere le richieste delle nuove tecnologie, e di individuare, per ciò stesso, le possibilità di una loro attivazione in senso
estetico... Mario Costa |
Maurizio
Bolognini’s work is located in the narrow edge zone that separates the
subject’s acceptance of, and surrender to, the preponderance of
technology, from the residual determination to strive against it, which
remains after all jubilatory human-centric self-illusion has been laid
aside [...]. He is in perfect harmony with all our work on the aesthetics
of communication and the technological sublime. It is difficult today to find another researcher so capable of responding with
such rigour to the demands posed by the new technologies, and of
identifying the possibilities for activating them in the aesthetic domain... |
La mia iniziale lettura del suo lavoro, decisamente atipica rispetto alla ricca bibliografia che lo riguarda, continua a sembrarmi una lettura possibile, che in qualche modo prescinde dalla collocazione di Maurizio Bolognini nella costellazione degli artisti dell’Arte Tecnologica, per ricondurlo nell’ambito della ricerca concettuale e di un tema centrale del Concettuale, quello della riflessione sulle grandi categorie dell’esistenza, le coordinate dello spazio e del tempo. Dalla Linea infinita di Manzoni a One Million Years di On Kawara, da Infinito di Anselmo [...] lo sforzo di fermare in un’immagine o in un'idea la dimensione sfuggente dello spazio (e quindi anche del tempo) è un filo rosso della ricerca artistica del secondo Novecento che si avvale, in questi e altri artisti, delle categorie della metafora e del simbolo. L’Infinito fuori controllo di Maurizio Bolognini si colloca (provvisoriamente) al termine di questo percorso, [...] ma con un passaggio dalla virtualità dell'idea alla realtà di uno spazio e di un tempo davvero infiniti (almeno potenzialmente)... Sandra Solimano |
I must say that my first reading of his work, decidedly atypical compared to the rich bibliography about him, continues to seem to me to be a possible reading, which in some way disregards the position of Bolognini in the constellation of Technological Artists, and brings him back into what is for me the more familiar field of conceptual research and to one of the central themes of Conceptual Art, that of reflection on the great categories of existence, the coordinates of space and time. From Manzoni’s Linea Infinita to On Kawara’s One Million Years, from Anselmo’s Infinito […], the attempts to arrest in an image or in an idea the elusive dimension of space (and thus of time) is a thread running through the artistic research of the latter half of the twentieth century which, in these and other artists, makes use of the categories of the metaphor and the symbol. Maurizio Bolognini’s out-of-control infinities located (provisionally) at the end of this path, where there is a movement […] from the virtuality of the idea to a reality where space and time are truly (although only potentially) infinite... Sandra Solimano |
Maurizio Bolognini - magari inconsciamente - deve avere un conto in sospeso con il vescovo e filosofo irlandese George Berkeley (1685-1753), il quale sosteneva che esse est percipi et percipere. Vale a dire che "essere è essere percepito e percepire". I suoi Computer sigillati opereranno a lungo, nel corso del tempo, ma l'occhio del pubblico percepirà nell'assenza del prodotto solo la presenza della macchina. [...] Ciò che faceva sì che rimanesse un margine di significato a quella che altrimenti sarebbe stata una mera pratica di "manipolazione" di segni era la capacità di interpretare i dati e i risultati in contesto geometrico, ove sensi come la vista e il tatto, le "porte della percezione", consentivano di spazializzare concetti e formule. Era questo tipo di ermeneutica l’unica via per Berkeley che poteva distinguere l’opera del matematico da quella di un semplice prestigiatore, da un trucco ben riuscito. Ma è proprio tale accoppiamento che ora l’arte contemporanea infrange. Il segno dimentica, per così dire, ogni riferimento istituito... Giulio Giorello .......................... |
Maurizio Bolognini - perhaps sub-conciously - must have some unfinished business with the Irish bishop George Berkeley (1685-1753), who maintained that esse est percipi et percipere, that is to say “to be is to be perceived and to perceive”. His Sealed Computers will function over a long period of time, but the public eye will only perceive the machine and not the product. […] What allowed a leeway of meaning in what would otherwise be merely a "manipulation" of signs was the ability to interpret data and results in a geometric context, where with senses like vision and touch, the "doors of perception", concepts and formulae could be rendered spatially. It was this type of hermeneutics which Berkeley saw as the only way in which the work of a mathematician could be distinguished from that of a simple conjurer and his tricks. But it is this same coupling that here contemporary art is trying to break. The sign forgets, as it were, any established reference... Giulio Giorello
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